Doppio gioco,
un format nato sui ‘banchi’ di scuola

L’unico incoraggiamento che posso dare ai giovani, e che regolarmente gli do, è questo: “Battetevi sempre per le cose in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Una sola potete vincerne: quella che s’ingaggia ogni mattina, quando ci si fa la barba, davanti allo specchio. Se vi ci potete guardare senza arrossire,
contentatevi”.

Indro Montanelli, Le stanze, risposte ai lettori del Corriere
Corriere della Sera, 20 febbraio 1996

a cura di Alessia Marzi

Alessia Marzi e Carlo Frecdero

Alessia Marzi e Carlo Frecdero

Questo format televisivo nasce letteralmente nella redazione della Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia. Un percorso di due anni che noi ventiquattro allievi stiamo per concludere. Ognuno di noi è arrivato a questa esperienza per ragioni diverse: veniamo da realtà spesso lontanissime tra loro, qualcuno si era già affacciato al mondo del giornalismo, per altri invece questa scuola è stato il primo vero contatto con un sogno coltivato a lungo.

Il primo incontro con Carlo Freccero doveva essere un semplice seminario che ci desse un assaggio di come un giornalista possa trasformarsi in autore televisivo. Il dibattito che ne è scaturito ha invece creato tutti i presupposti per renderci conto del fatto che anche la nostra redazione poteva essere in grado di dare vita ad un progetto a partire dalle nostre competenze e dalla nostra visione critica del mondo. Un’ambizione questa, che racchiude tutto quello che secondo noi il giornalismo è, o almeno dovrebbe essere.

Dopo i primi momenti di timidezza, le “chiacchierate” con Freccero hanno preso una forma inaspettata per tutti: abbiamo iniziato a discutere di cosa offra oggi la televisione italiana, di quali siano le esigenze di un pubblico sempre più critico e affamato di notizie.
Oggi lo spettatore è sempre più sommerso da una miriade di talk che affrontano temi diversi senza però proporre vera informazione. Ci si limita al commento, all’opinione urlata, marginalizzando l’approfondimento dei fatti.

Lo sviluppo di internet ha contribuito a creare dinamiche sempre più complesse per le quali viviamo bombardati da stimoli costanti spesso non supportati da fonti e materiali adeguati. Abbiamo accesso a qualsiasi tipo di informazione, possiamo veicolare attraverso internet le nostre testimonianze in ogni momento su molteplici piattaforme. Condividiamo immagini, video e testi sui nostri social network, sui nostri blog, ma spesso dimentichiamo che non tutto quello che c’è sul web è attendibile.

limes

La puntata pilota è stata registrata il 16 aprile 2014, nello stesso giorno è uscito il numero di Limes dedicato all’Ucraina

La rete è una lama a doppio taglio, una giungla inestricabile che può essere uno strumento potente tanto quanto una minaccia. A questo nuovo modo di comunicare si sono necessariamente dovuti adeguare anche la carta stampata e le televisioni, che fino a qualche anno fa detenevano il monopolio dell’informazione.

Nonostante il web 3.0 fornisca loro un’ampia gamma di mezzi per comprendere ciò che accade nel mondo, i media tradizionali continuano a vivere schiacciati tra la necessità di fornire un flusso continuo di notizie e l’esigenza di diversificare la propria offerta per continuare ad essere competitivi.

Prevale sempre più un giornalismo “stile reality”, un discorso semplificatorio che commuove, ma non informa. Va scomparendo la figura storica del giornalista, che invece è l’unico in grado di fare ancora luce sugli avvenimenti e renderli comprensibili a tutti.
Di fronte ad un evento che ha una sua rilevanza storica i mezzi di informazione italiani non sempre si mostrano all’altezza del loro compito: individuare i fatti, analizzarli e saperli spiegare.

I giornali hanno ancora la capacità di rendere le immagini parole e la cronaca storia; approfondiscono le dinamiche ed i retroscena, offrono opinioni e interpretazioni differenti. A fronte di linguaggi visivamente più efficaci, su carta si riescono a trasmettere sensazioni profonde: l’inviato di un quotidiano è in questo senso il mediatore tra la realtà e l’immaginazione di chi legge. Il reportage è in grado di raccontare le storie e le loro evoluzioni. La tragedia, così come la dimensione più emotiva, nasce sempre a partire dalla fonti e non dimentica mai lo stretto fatto di cronaca.

Allo stesso tempo, però, si tratta di un medium ingabbiato da linee editoriali e da un agenda setting troppo ingessato. Si preferisce dare spazio al commento politico trascurando contesti che potrebbero avere conseguenze molto più rilevanti di quanto potrebbe sembrare ad un primo sguardo disattento.

Un momento del dibattito in studio con le ospiti ucraine

Un momento del dibattito in studio con le ospiti ucraine

I programmi televisivi, che dovrebbero mantenere un profilo acritico, hanno sacrificato la loro vocazione sull’altare del grande evento live. Si sono ritrovati spesso in ritardo nell’interpretare la storia in nome di una retorica di superficie. Proprio per questo motivo l’informazione sul piccolo schermo si è omologata, viene quasi prodotta in serie. La gara all’immediatezza appiattisce lo scenario dei palinsesti a discapito della qualità. Si sottovalutano le potenzialità delle immagini, che non vengono selezionate con accuratezza e nel peggiore dei casi diventano strumento di manipolazione.

In questo panorama il web rappresenta una miniera inesauribile di contenuti: è il più democratico dei mezzi di informazione, ma è allo stesso tempo incubatore di cattiva informazione. I figli della rete sono una generazione sempre più critica ed esperta; non è un caso che sia proprio internet il luogo in cui veicolano teorie del complotto e infinite dietrologie. Sono la manipolazione, la controinformazione e le relazioni interpersonali che si sviluppano sui social network a nutrire la fame degli utenti.

In un mondo che moltiplica le fonti in maniera esponenziale, anche l’attività del giornalista risulta determinata dal medium in cui lavora, proprio perché ogni mezzo opera una sua selezione delle notizie e rappresenta il reale da un’angolazione precisa.
Ogni canale di informazione ha un suo storytelling, una bellezza che nasconde sempre una debolezza.

Allo stesso modo ogni epoca storica ha una sua tendenza: oggi si richiede al giornalista anche competenza mediatica. Siamo molto più coscienti di ciò che succede attorno a noi, ma paradossalmente i nostri mezzi di informazione testimoniano, in alcuni casi, come venga continuamente riattivata la spirale del silenzio.

Il ridondante e contorto afflusso di notizie può causare una inconsapevolezza del pubblico, che non percepisce quanto i media siano influenti. In questo mare di notizie il singolo resta solo, ha il costante timore di essere in minoranza rispetto all’opinione pubblica generale. È questa la paura alla base della tendenza a nascondersi in un mare di persone che –sembra– la pensino allo stesso modo.

Siamo davvero vittime di un’informazione parziale? Per rispondere a questa domanda, proprio gli “addetti ai lavori” devono iniziare a formulare le prime risposte. Una scuola di giornalismo non solo dà le competenze tecniche per affrontare questo lavoro, ma affina il senso critico dei suoi studenti. Proprio per questo motivo quando abbiamo iniziato a parlare di format televisivi, la scelta è subito ricaduta su un programma di informazione che parli di come quest’ultima viene prodotta. Quello da noi concepito è un programma nuovo nei contenuti e nella forma, accoglie le richieste di chi vuole capire cosa sta succedendo e se viene presentato in maniera fedele e obiettiva da quelli che dovrebbero essere “i guardiani dell’informazione”.

Il nostro programma ha l’ambizione di approfondire i grandi eventi, i loro protagonisti e le sfaccettature che una lettura mainstream trascura. Allo stesso modo, l’anima del progetto sta nel sottolineare come i nostri mezzi di informazione scelgono di trattare gli avvenimenti e come i filtri che inevitabilmente adoperano influiscono sulla percezione del pubblico.

Esperti di settore e professionisti dell’informazione guideranno la discussione in studio, testimonianze dirette aiuteranno lo spettatore a districarsi tra le mezze verità e le parziali menzogne che quotidianamente vengono veicolate. Questa maniera di fare televisione crea approfondimento e inchiesta, stimola il dibattito e ammette, per la prima volta, una critica metodologica sul modo di informare ed essere informati.

In un “nuovo” mondo, fatto di potenti mezzi di comunicazione per i quali il ciclo di quello che fa notizia è sempre più breve, per cui è bene non dare mai per scontato anche quello che sembra ovvio, bisogna creare solide basi su cui confrontarsi, cambiare, costruire. L’idea del nostro programma televisivo parte da qui. E dalla nostra ambizione.